| Rassegna Stampa | ||
| a cura dell'Ufficio Stampa della Diocesi di Padova | ||
| :. La sagra Festa della comunità in cui ritrovare la gratuità come stile (07.05.2010 - la Difesa del Popolo, pag. 2) | ||
| dalla "Difesa del popolo" di domenica 9 maggio 2010 anticipiamo l'apertura dell'inchiesta | ||
| Nelle celebrazioni legate al santo patrono le parrocchie stanno cercando un nuovo modo di esprimere la loro radice religiosa e sociale: uno stile non consumistico, che abbia come obiettivi primari la socializzazione e la solidarietà C’era una volta la sagra. Quella della processione con la statua del patrono e della messa cantata, delle fugase frite e dei tiramola, dei baraconi che cusina tripa e musso, folpi e patate meriche, delle giostre par putei e di quelle pai grandi, come el posso dea morte, el casoto de l’omo pì picolo del mondo e dela dona pì grassa dela tera. C’era una volta, prima che fossero affossate, o almeno incrinate, dalle ventate conciliari che vedevano di malocchio questa commistione di sacro e profano, di devozione esteriore e festosità paesana, o rionale. Ventate rapide, passate in fretta, e subito sono tornate le bancherelle e le pesche di beneficenza, gli stand gastronomici e le giostre. Da un lato però la festa religiosa ha rafforzato il legame con il tessuto sociale, con la pro loco, il comune e le associazioni di categoria, diventando sempre più fiera, passerella, vetrina, rassegna di prodotti tipici, di lavori artigiani di adesso e di una volta, festa in costume, rievocazione di un passato più folclorico che reale. E non manca chi ha pensato bene di inserire nel cartellone anche la “messa medievale”, fatto di per sé innocuo e perfino suggestivo se non lasciasse in qualcuno il gusto amaro della rievocazione al passato di un rito divenuto inconsueto e incomprensibile ai più. La seconda linea di tendenza, non necessariamente alternativa alla prima, è quella della “festa della comunità”, in cui la parrocchia pone l’accento sulla presentazione delle attività dei gruppi e delle associazioni e sul “convenire” attorno allo stand gastronomico, se non all’altare, di famiglie vecchie e nuove che normalmente magari non si conoscono e non si salutano nemmeno quando abitano porta a porta. In questo caso è particolarmente necessario precisare che il ricavato della pesca e della poenta e ossetti andrà a sostegno della scuola materna o del restauro dell’organo, della missione in Kenya o alle vittime dell’ultimo terremoto, tsunami o carestia di turno. «Secondo me – suggerisce il vicario generale, mons. Paolo Doni, che ha ancora viva nella memoria la sua esperienza di arciprete di Conselve – sarebbe importante recuperare l’origine di queste feste popolari, che hanno una matrice comunitaria. Con l’andare del tempo hanno perso l’aggancio con l’origine, per cui oggi non si capisce più perché una sagra sia intitolato alla Madonna, una fiera al Crocifisso. A me piacerebbe che anche il titolo aiutasse a recuperare la motivazione originaria, che è quella di creare tra i membri della stessa comunità un legame che non è solo spirituale e liturgico, ma anche umano, sociale, culturale, perfino di divertimento e di relax». D’altra parte lo sganciamento dalla radice religiosa iniziale è avvenuto anche per altre realtà della comunità cristiana. Per esempio le società sportive sono nate come strumenti e luoghi per educare i ragazzi attraverso lo sport, mentre spesso ora la finalità agonistica è diventata prioritaria rispetto a quella educativa, al punto che la comunità si chiede perché deve tenere in piedi queste strutture sportive di cui si sente “espropriata”. «Lo stesso per la sagra – sostiene il vicario generale – che ha ceduto al criterio consumistico, economico, anche da parte delle parrocchie, certamente a fin di bene, ma snaturando queste manifestazioni. E rendendo difficile giustificare il perché la parrocchia debba spendere tante energie, tanto tempo, tante persone per una manifestazione che di religioso, di educativo non ha più niente, ha soltanto l’obiettivo di tirar su soldi. Non è il caso di scagliarsi contro le sagre, ma fare di tutto per recuperare lo spirito originario, la motivazione religioso-sociale, il valore aggregativo anche fuori dalla chiesa di persone che fanno parte di una comunità, adottando con evidenza un criterio che sia nuovo rispetto a quello consumistico. Il vero criterio |
che deve muovere una comunità cristiana è quello di aiutare a capire un modo di socializzare tra le persone che non sia esclusivamente “intorno a una tavola” ma che metta in moto tanti altri canali, perché l’obiettivo non sono i soldi ma le persone. La vera conversione, e per questo cito volentieri la Caritas in veritate, è di capire che la funzione non è quella economicistica, ma di proporre un nuovo modo di essere delle parrocchie. Il criterio economicistico o consumistico alla fine invece di unire le persone le divide ancora di più, crea ancora più isolamento». Lo specifico comunitario diventa ancora più evidente quando la parrocchia entra in manifestazioni organizzate da altri, pro loco o amministrazione comunale: «Star dentro in questo evento locale da comunità cristiana non vuol dire dare la benedizione alla fiera, ma fare proposte che mirano a far incontrare le persone su criteri che non siano quantitativi ed economici, ma piuttosto la gratuità, il gioco, il recupero di elementi culturali del posto, l’incontro tra culture, etnie, religioni, lingue diverse. Questi sono tutti campi acerbi, poco frequentati perché non rendono soldi. Non si può negare che la sagra ha come obiettivo anche il reperimento di risorse, ma che non sia mai questo l’obiettivo determinante». Il nostro modo di essere comunità cristiana, e quindi anche il nostro far riferimento a una Madonna o a un santo patrono, non è un fatto spiritualistico, ma è germinante di criteri specifici di socializzazione, validi ancora oggi. La dimensione commerciale ed economica può essere vissuta in chiave di prepotenza e di forza come in chiave solidalistica. «La sfida oggi – conclude mons. Doni – è di dimostrare che i grandi valori che sostengono la storia e la civiltà dei nostri paesi, delle nostre città, non sono altri rispetto a quelli che fanno andare avanti il mondo dell’economia e della scienza, ma sono vissuti e gestiti con criteri solidaristici, e questa è la differenza. È possibile nelle sagre proporre divertimenti che non si traducano in un “consumare” il divertimento? È possibile far riflettere le persone senza che questo si traduca per forza nell’acquisto di qualcosa? Per fare questo sarebbe opportuno che la sagra non fosse gestita solo dal comitato, benemerito organizzatore, ma nascesse all’interno del consiglio pastorale, dove anche questo momento della comunità cristiana si inserisce in una serie di proposte, di attività, di stimoli che la parrocchia sta cercando di realizzare: forse ne verrebbe fuori qualcosa di qualitativamente diverso e, aggiungo, non necessariamente di meno redditizio». ÈCOmunità Proposte diverse per ritrovarsi in modo sobrio e intelligente Il metodo sarà quello del “contagio positivo”: fare proposte, far raccontare a chi le accoglie che frutti hanno portato, in modo che qualcun altro si senta invogliato ad accoglierle, a modo suo. È questa la chiave di volta dell’iniziativa “ÈCOmunità” proposta dall’associazione Noi Padova, dalla commissione diocesana Nuovi stili di vita, da Diweb 2.0, dall’Avis Veneto, da Proget studio e dalla Difesa. «Da un lato – spiega padre Adriano Sella di Nuovi stili di vita – proponiamo tre kit per gestire lo stand gastronomico con un minor impatto ambientale, rispettando le norme igieniche della ristorazione collettiva: stoviglie in ceramica, vetro e metallo e lavastoviglie; stoviglie in materiale biodegradabile che possa essere smaltito con i rifiuti organici, detersivi biologici in contenitori riutilizzabili. Dall’altro offriamo proposte culturali che interpellano le persone senza intenzioni consumistiche, approfittando della disposizione d’animo della festa che è più rilassata e riflessiva del congestionato “tempo normale”». Si va dai sette laboratori della commissione, tra cui quello nuovissimo dedicato alle relazioni umane (contrappuntati da questionari, tovagliette, segnalibri che invitano alla sobrietà) ai concerti giovani proposti dall’Avis insieme allo stand informativo, alle pagine di riflessione comunitaria e culturale proposte dal nostro settimanale. |
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| Lorenzo Brunazzo | ||
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